Lega e Partito Democratico sono i due vincitori di Domenica 26 maggio, quando si è svolto il voto per le elezioni europee e per il rinnovo di molte amministrazioni comunali.
Le elezioni su larga scala sono prima di tutto un ottimo indice da analizzare per capire cosa c’è davvero nel paese e in Europa.

Sono tanti i dati e molte le analisi fatte e che si possono fare sui risultati. Per passione, come faccio da quando ero adolescente, ho seguito con attenzione queste elezioni. Non voglio annoiare con più o meno utili preamboli o cose già note, per cui entro subito nel vivo. Se volete capirne di più consiglio di leggere anche la prima parte, se volete sapere perché dico che Lega e Partito Democratico sono i due vincitori di queste elezioni andate direttamente in fondo.
- Destra e sinistra non sono assolutamente morte. Sono più vive che mai. Sono invece tanti gli elettori ad essere diventati neutrali ed indipendenti, tanto da fare scelte politiche diametralmente opposte nello stesso giorno elettorale.
- I “fedeli” sempre e comunque allo stesso partito sono sempre meno. Aumenta il numero dei “traditori”, cioè coloro che cambiano partito di elezione in elezione, anche nel breve periodo.
- Il voto è sempre più “pop”. Si è consolidata la tendenza a votare il personaggio politico più popolare del momento.
- Le emozioni e i sentimenti che ciascun partito è in grado di produrre e proporre nei periodi elettorali risultano determinanti nella scelta del voto. I social sono un mezzo fondamentale per questo.
- La noia politica per la staticità che un partito può indurre nelle società è più importante di quanto si pensi. “Provare per cambiare qualcosa” è divenuto un fenomeno costante. I risultati conquistati da una forza politica non sono spesso sufficienti a garantire consenso. Le persone chiedono alla politica attenzione e vitalità per la società in cui vivono. Aver governato male è altrettanto distruttivo.
- Una ed una sola tematica chiara e forte determina consenso intorno al leader che la esprime, quindi a un partito.
- I contenuti non vengono sempre premiati e valutati abbastanza, perché poco conosciuti o perché c’è una disillusione o un pregiudizio di partenza verso una forza politica.
- I limiti entro i quali una forza politica deve stare per risultare accettabile e votabile sono ben definiti nella sensibilità dell’elettorato.
- L’immagine e il messaggio che la società ha di un partito conta spesso più di quello che un partito è realmente.
- La coerenza di identità viene premiata dagli elettori. La conoscenza di questa identità da sicurezza.
- Il ricambio generazionale nel voto si sta completando con la terza Repubblica. Questo comporta che le nuove generazioni scelgono secondo criteri diversi rispetto ai propri padri o nonni.
- L’astensione è una scelta di voto. Si sta a casa piuttosto che recarsi alle urne perché non lo si reputa necessario. “Tanto fanno quello che vogliono”- rivolto ai politici- è la principale motivazione di astensionismo, seguita da una disillusione di miglioramento delle proprie condizioni attraverso il voto. Questo è il vero partito della protesta verso la cosiddetta casta.
- I fatti contano molto a livello locale. Una dimensione più vicina, quella comunale, dove il cittadino ha un contatto più diretto con l’efficacia dell’azione politica e amministrativa.
- Poca Europa e tanto referendum nazionale. Il voto ha avuto più tratti nazionali, le nostre solite beghe, piuttosto che un vero dibattito sul destino europeo.
Questi elementi credo inquadrino cosa è successo domenica, sono utili a capire perché i cittadini hanno premiato o punito, in termini elettorali, questo o quel partito.
I vincitori di queste elezioni sono due: Lega e Partito Democratico.
La Lega vince in termini di consenso elettorale, diventando primo partito a livello nazionale, ribaltando il quadro rispetto ad un anno fa e prendendo la percentuale che era del M5S. Un leader popolare, una tematica chiara e forte – la contrarietà all’immigrazione-, un anno di governo dove si è vista e distinta con la sua identità, La Lega vince-dati alla mano- principalmente con i voti delle zone provinciali e periferiche. Arriva al centro e al Sud Italia, affermandosi o contendendo al Pd l’affermazione nelle sue tradizionali roccaforti. In Umbria, è netta l’affermazione della Lega, come a Perugia dove rivince un giovane sindaco, Andrea Romizi, di centro destra, in quell’alleanza -al momento indispensabile- per consentire alla Lega la certezza di vincere a livello locale, come in Piemonte. La Lega ottiene il governo di tutte le regioni più settentrionali d’Italia. Non è certamente poca roba. Matteo Salvini funziona, lo sanno bene i Leghisti e i dirigenti di questo partito.
Il Partito Democratico si riprende dopo il minimo elettorale del 2018. E’ vincente, seppur con un secondo posto e distaccato di dodici punti dalla Lega, per tre motivi. Considerato morto, ha per la seconda volta -la prima le primarie- dimostrato di esserci e con un nuovo segretario. Il secondo motivo sta nell’essersi posto, come è coerente con la sua identità storica, come vera alternativa alla Lega di Salvini. Il terzo è essersi aggiudicato, con un distacco probabilmente inaspettato anche dagli stessi dirigenti, il secondo posto. Come dichiarato da Zingaretti è solo “l’inizio della ripresa”. In cerca di una tematica forte, di un’unità altrettanto stabile e di nuove alleanze, ritrova un posizionamento oltre a vincere in gran parte delle città e a rinnovare tanti propri sindaci, anche dove alle Europee ha prevalso la Lega. Prendiamo ad esempio la Lombardia, dove la Lega stravince nelle Europee, ma non a Milano dove si afferma il Pd o a Bergamo dove Giorgio Gori (Pd) si riconferma sindaco, il primo ad ottenere il secondo mandato cittadino negli ultimi venticinque anni. Anche in molti comuni lombardi più piccoli è il candidato di area centrosinistra ad affermarsi su quello della Lega. Milano, Torino, Genova, Mantova, Bologna, Firenze, Roma sono alcune delle città dove alle Europee il Pd risulta primo partito. Le periferie e le province risultano penalizzare questo partito.
Una nota positiva va anche a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni, che ha portato il partito che guida al suo massimo storico, ottenendo il 6,5% dei consensi.
-Un “mi piace” rende libere le persone che scelgono-
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