Tav e Nuova Via della Seta. Senza si e senza no proviamo a sentirci liberi di viaggiare. Non solo un treno o nuovi scambi commerciali. Pro o contro andiamo oltre con una riflessione.

Per ora restiamo liberi di viaggiare, senza una meta, con uno spirito adolescenziale da far invidia a un ragazzino.

Una volta si “andava in fabbrica”. La mitica fabbrica. Finita la scuola dell’obbligo chi non studiava andava a lavorare. Una miriade di capannoni raccolti in aree industriali raccoglievano le produzioni più svariate. Il Nord Italia industriale era la meta per chi dal meridione cercava lavoro. La fabbrica accoglieva manodopera. Dava lavoro. Oggi questi paesaggi industriali brulicanti di vita sono un lontano ricordo per tante realtà italiane.

Le fabbriche, una volta piene di operai e operaie, oggi sono spesso luoghi abbandonati, testimonianza di un passato recente.

Dava lavoro. Le produzioni industriali sono oggi collocate ad Est, ad esempio in quella Cina del nuovo miracolo economico. Un paese che, abbandonato il comunismo più ortodosso, ha avuto ritmi di crescita elevatissimi. Oggi ha bisogno di espandere il suo commercio, di interagire maggiormente con quel mondo occidentale ha esportato tante conoscenze in oriente. Per questo infondo stiamo parlando di una “Nuova Via della Seta”, ossia accordi e infrastrutture utili all’interazione tra i due mondi. Ci conviene?Non ci conviene? Ecco perché occorre essere liberi di viaggiare. Se questo discorso appare cosi chiaro, se è un ulteriore passo del mondo sempre più globalizzato, perché dovremmo essere chiusi? E’un pò una strada tracciata, difficile da abbandonare. Almeno all’apparenza. Di sicuro chi vede nell’Italia, a giusta visione, uno scalo merci Mediterraneo in Europa, ha interesse al mercato Europeo, anche più che al nostro se i dati di recessione saranno nostro malgrado confermati. Un porto senza strade terrestri serve solo a un gruppo di pescatori locali. Ecco perché la TAV potrebbe rientrare tra le opere di interesse. Un treno merci che collega l’Europa da Est a Ovest. Il commercio è materia della Commissione Europea per molti aspetti. I dubbi sulla presenza straniera cinese in Europa ci sono. Basteranno a fermare tutto? Grandi movimenti di capitali potrebbero scoraggiare i no più ostinati? Chi lo sa. Per assunto direi che l’Italia non può far finta di non vedere questi grandi movimenti planetari e continentali. Ma quale assunto? La fabbrica degli anni ’60 e ’70 nasceva nel contesto industriale mondiale. C’era un chiaro disegno sociale. Si conoscevano le leve. Grandi economisti e filosofi avevano dato un contributo fondamentale a delineare nei tratti e fondare la società industriale del ‘900. Le infrastrutture nascevano aderenti e ad utilità di un modello. E oggi? Cosa abbiamo in mano? Poco. Siamo in una terra di mezzo, nella “terra dei due post-“, il post-industriale ed il post-ideologico. Io non credo sia finito il bisogno di “cose”. Non credo alla morte delle ideologie, dimostrato dalla realtà. E’morto il grande pensare. Non le idee. E’morta la necessità di avere tutto per non avere nulla. Cosa siamo è un interrogativa retorica. Il grande pensare di un tempo avrebbe già prodotto elementi sul cosa vogliamo essere, da grandi, dopo i post-.  Non c’è molto. Esiste la narrazione del presente fatta “ad uso e consumo”. Grandi pensieri su cosa essere da grandi, zero. Siamo liberi di viaggiare. Non esiste nemmeno il plurale che sto utilizzando. E’una contrapposizione strana quella tra un individualismo, una specialità del singolo e quella di voler essere parte di un vasto processo mondiale, che nulla ha a che vedere con il preservare se stessi e tutto in modo immutabile, con nostalgiche voglie di ritorno al passato. Chiusura contro apertura. Le analisi dei costi e dei benefici di un opera ci danno un riassunto economico sulla carta. Un autoanalisi per dirsi cosa si vuole diventare domani e come si vuol campare dipanerebbe tanti dubbi e stroncherebbe tanti riassunti economici. Senza arte ne parte. Insipido. Per ora restiamo liberi di viaggiare, senza una meta, con uno spirito adolescenziale da far invidia a un ragazzino.

-Un “mi piace” rende libere le persone che scelgono-
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