L’inverno quell’anno arrivò dopo la primavera.
Fino a un giorno prima era tutto cosi, quasi normale.
Tutto cambiò in silenzio, senza nemmeno accorgerci.
Le gemme sugli alberi si bloccarono. I narcisi rimasero li, cosi come erano fioriti, cristallizzati in un tempo fermo, immobile e infinito.
Le violette ripiegarono su loro stesse, quasi a proteggersi da un mostro che fece loro paura, terrorizzate dal nulla, impietrite dalla paura.
I rami rimasero immobili per lunghi giorni, stazionari in una quiete marziana.
L’aria si fece più pulita, ma gli uccelli giorno dopo giorno cantarono sempre meno.
Le acque fecero rumore, fracasso, poi inghiottite da un buco nella terra.
Il colore del sole divenne luminoso ma freddo.
Qualche gatto prese a girare, ma si fermava li, nel giardino, senza varcare la soglia del cancello.
Le finestre erano chiuse. Forse per il freddo. Ma pure dentro non si scorgeva luce e calore. Un distacco dal mondo cinico, nuovo.
I balconi erano spenti anche se i colori c’erano. Non servivano a nulla, non avevano significato. Sterili sfumature prive di parola.
Un uomo coperto con il cappello portava il cane a passaggio avanti e indietro per la via, da solo, quasi sprezzante verso il prossimo a cui fino a ieri tendeva la mano a salutarlo.
Ma la gente non c’era. Il suo gesto sarebbe stato più di un pazzo che di un cordiale ometto.
Nessuno capi quell’inverno dopo la primavera dove il mondo si fermò.
AA

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